Axe Italia

Axé è Arteducazione

Pubblichiamo con piacere un breve contributo di Andrea Palumbo, amico di Axé Italia, che racconta la festa di compleanno per i tre anni dello Spazio Arteducazione Milano, l’8 aprile 2018.

La gioia del gesto

L’imbarazzo dei giovani volti che si accingono a suonare una hit di Ed Sheeran, gli occhi sgranati verso il pubblico di genitori, parenti e amici accorsi a festeggiare i tre anni della Casa dell’Arteducazione che oggi diventa Spazio – come a voler suggerire, col cambio del nome, un’apertura ulteriore di questi luoghi. Luoghi che quotidianamente ospitano ragazzi e ragazze di origini e storie diverse, venendo a ritrovarsi nei linguaggi universali della musica, della danza, del teatro, delle arti visive.

“Anch’io posso”, sembrano dire quelle mani tese sulla chitarra, quei corpi che danzano e ridono e gioiscono.

Quell’imbarazzo, quella timidezza della performance, quella fragilità del gesto, illustrano fedelmente la situazione unica dello Spazio Arteducazione Milano.

L’incertezza dell’esibizione che non rincorre la perfezione impersonale dell’esecuzione, diversamente da come accade spesso in quei saggi di fine anno, in scuole d’élite popolate di ragazzini e ragazzine ansiosi di corrispondere alle aspettative dei genitori, “guardi com’è bravo mio figlio con quelle scale armoniche difficilissime”, “guardi come balla bene mia figlia”. Qui si respira un clima ben diverso, per nulla calamitato dal principio di prestazione, e i genitori partecipano appassionati, ognuno secondo la geografia emotiva che gli è propria, alla gioia di questi figli e queste figlie che accolgono la chance dell’espressione artistica. In quegli occhi si legge lo stupore della possibilità di partecipare al teatro del bello. “Anch’io posso”, sembrano dire quelle mani tese sulla chitarra, quei corpi che danzano e ridono e gioiscono.

In un tempo come il nostro, in cui il discorso pubblico è colonizzato da messaggi di chiusura verso l’altro e di paura verso lo straniero, lo Spazio dell’Arteducazione ha scelto la via opposta. In direzione ostinata e contraria, come direbbe il poeta, qui si parla la lingua dell’arte, quella lingua che fa risuonare l’eco dello spossessamento rendendoci tutti stranieri ma che, allo stesso tempo, ci fa tutti abitanti di un unico popolo: finalmente ci capiamo, possiamo comunicare senza il bisogno di sapere cosa ci stiamo dicendo, perché il punto non è dirci qualcosa ma sentire qualcosa, insieme.