Axe Italia

Axé è Arteducazione

Perché i fatti del Pincio?

La recente rissa al Pincio è molto più di un “assurdo fatto di cronaca”. In fin dei conti una domanda inascoltata, a cui, ammettiamolo – è un inizio-, è sempre più difficile, ma anche sempre più doveroso, dare una risposta. Possiamo prendercela con le gang e con i social, dare la caccia ai baby-bulli, incolpare “due pischelle” che si erano date appuntamento “pe’ menasse”, tutto giusto per carità, -anche se non si può non sottolineare il linguaggio colorito ma anche (volutamente?) sminuente -, ma sono solo palliativi, medicine che curano il sintomo ma non la malattia. Utili per il breve periodo, per “mantenere la calma”, ma non per risolvere i problemi. Perché il problema è un’altro, non del tutto nuovo, ma che con il Covid sembra sia arrivato al punto di non ritorno. A suo modo lo riassume bene Massimiliano Zossolo, inventore della microcronaca (“cronaca spiccia”) di Welcome to Favelas (“una pagina FB per accogliere il degrado nella vita di tutti i giorni” – fateci un salto, ma vi avviso: not for the faint-hearted, direbbero gli anglo-americani-) in un’intervista sul Foglio: “Il problema non è la rissa ma che a questi ragazzi è rimasta solamente la rissa. Se gli togli palestre, ballo, la birra, tornano animali. Vi fermate alle immagini e non capite che stanno crescendo in questa maniera”. Si tratta di uno degli effetti di un fenomeno che, in riferimento alle politiche della pandemia, è stato recentemente evidenziato da Donatella Di Cesare su La Stampa (Il Natale e la politica infantile, 28 novembre): l’infantilizzazione della politica, e, di conseguenza, dei cittadini stessi. Si tratta di un “circolo vizioso tra l’infantilizzazione della politica e il cittadino infante”, incapaci entrambe di prendersi responsabilità, in un gioco al ribasso (e al massacro) che finirà per disumanizzarci definitivamente, molto più di quanto possano fare le macchine che ci circondano. Un cerchio che va spezzato in qualche modo.

Intendiamoci, non è un fatto solo italiano: infatti ne hanno parlato sia in Spagna che in Francia. Rosa Maria Artal descrive su El Diario come il coronavirus “agrava una sociedad infantilizada”, di cui aveva parlato già nel suo blog El Periscopio, mentre un editoriale su Le Monde sottolinea i rischi di infantilizzazione contenuti nei nuovi confinements

Depuis le mois de mars, celui-ci n’a pas seulement joué le rôle de pompier de l’économie dans des proportions inédites. Il s’est aussi étroitement immiscé dans la vie quotidienne des Français, au point de décider de ce qu’il était bon qu’ils fassent : dormir, déposer les enfants à l’école, travailler, se nourrir. Puis faire leurs achats de Noël, mais ne pas fréquenter les cafés, ni manger au restaurant, ni se rendre dans les lieux de culture, ni encore vivre leurs vies d’étudiants. Dans son livre Surveiller et punir, le philosophe Michel Foucault fait du confinement le laboratoire des procédures disciplinaires, il évoque l’« utopie de la cité parfaitement gouvernée ». On n’en est heureusement pas là, mais l’expérience du confinement qui dure depuis plusieurs mois, sous une forme plus ou moins accentuée, pose le problème de l’équilibre entre la puissance étatique et la responsabilité individuelle.

Questa cosa, grave nel caso degli adulti già formati, rischia di essere gravissima e irrecuperabile nel caso dei giovani in formazione, nel cui caso questo può diventare parte del caratterem con cui affronteranno non solo il covid e la pandemia, ma il resto della loro vita. Si spiegano anche in questo modo le molte e insistenti proteste degli studenti, che istintivamente si oppongono a questo circolo vizioso. Queste proteste mi sembrano molto positive, sono dei veri e proprio anticorpi al virus dell’infantilizzazione (la metafora virale di questi tempi è fin troppo scontata). La riflessione va al di là della quarantena, potrebbe riguardare anche modi tradizionali di fare didattica, ma questo è un altro discorso. Proprio a questo livello mi pare che la risposta istituzionale non sia all’altezza, sopratutto adesso che l’emergenza dovrebbe essere rientrata e si dovrebbe realmente ragionare sul dopo. Che poi non è neanche più dopo, ormai è adesso. Archiviamo il 2020 e pensiamo al 2021, come del resto succede tutti gli anni in questo periodo, anche e sopratutto in periodi ‘normali’. Cominciamo dal 2021, perché facendolo pensiamo anche a tutto il prossimo decennio.

Proprio per questo abbiamo deciso che valesse la pena seguire il dibattito sulla scuola attraverso i media, e vorremmo aprire una rubrica del nostro sito che si occupasse specificamente delle questioni e dello stato della scuola italiana, con un occhio, se e quando riusciamo, anche a quello che succede in altri paesi del mondo. Se non altro per tenere vivo il dibattito e per essere più consapevoli dei diversi aspetti del problema.